La Cattedrale.

Tratto da "Storia di Catania" di Francesco Ferrara.

<< L’antica cattedrale dedicata anche a s.Agata era stata costruita nel luogo che dicesi del suo martirio presso l’anfiteatro restando o aderente, o chiuso con essa il sito delle carceri dove si vuole che la costante martire spirasse. Non abbiamo alcuna descrizione di quella chiesa dove il papa Virgilio nel sesto secolo tenne le sue ordinazioni di nuovi sacerdoti.

Il conte Ruggeri rialzando il vescovado volle fabbricata la nuova cattedrale dove oggi si trova sopra le rovine degli antichi bagni; e il vescovo Angerico cominciò l’aderente monastero per sé, e per i monaci canonici di cui si veggono ancora le rovine che circondano la chiesa, ed alcune porte, e finestre di esso al presente chiuse. Nel muro settentrionale dalla parte esterna si conserva il marvo seguente:

Il marmo non ha altro campo onde sembra che sia stato fatto nel corso della edificazione.

Nel 1169 cadde il solo tetto della chiesa che fu rifatto poco dopo. Sotto Errico VI non fu bruciato che lo stesso tetto formato di lunghi travi. Esso solo cadde anche nel tremuoto del 1693. L’esterno dei grandi cappelloni mostra i pezzi quadrati di lava tolti agli edificj antichi della città.

Ha l’entrata da occidente, e in faccia alla Porta del Fortino. Il suo piano ha la forma di croce che ebbero le prime chiese cristiane. La testa è il gran cappellone; a mezza torre con due simili laterali piccioli; essi, e le braccia sono converti nell’esterno di masse quadrate di lava, ciò che li ha preservato dal rovinarsi. Le braccia nell’alto contenevano stanze per l’abitazione dei monaci. Si veggono ancora le finestre, e i buchi delle travi che formavano i diversi appartamenti, e nella grossezza dei muri restano ancora le scale di pietra che ad essi conducevano.

Tre navi formano il corpo. La grande era divisa dalle laterali da grosse colonne granitiche, di cui alcune sono oggi nel prospetto. In fronte non ebbe che una porta sullo stile gotico normanno come tutte le altre aperture e di 110 piedi l’altezza. Il prospetto fu ordinato da Galletti nel 1733, il disegno fu approvato dagli architetti di Roma, e poi da quelli di Napoli, e Carlo III ne comandò la esecuzione nel 1757, che fu fatta dall’architetto abate Giobattista Vaccarini sotto Ventimiglia che gli commise di arricchirlo di ornamenti.

All’oriente era circondata da orti dove secondo l’istituto di s. Benedetto venivano sepolti i monaci. Quel cimitero è ora occupato dalle case del vescovo, e dalla di lui cancelleria eretta già da Galletti. Nei discavi sonosi trovati sepolcri che sono senza dubbio degli antichi monaci.

Il Conte non avea fatto alzare che un basso campanile. Il vescovo del Pozzo ne avea fatto uno altissimo che cadde nel 1693. La grande campana fu messa quindi nell’antico dal quale la rialzò alquanto il vescovo Moncada. La campana da Pozzo fu fatta di 80 quintali, nel 1427 fu fusa, e portata a più di un terzo al di là del primo peso.

Al mezzogiorno tra il muro della chiesa, e le mura della città, vi era il monastero che fu abbandonato all’epoca della secolarizzazione dei canonici, e che cadde nel 1693. Il sito è occupato ora dal Seminario dei cherici, e dal palazzo del vescovo al quale fu da Riggio aggiunta la grande galleria di ferro che guarda il mare.

L’interno della cattedrale fu disposto dal normanno Ruggeri all’uso francese descritto dal Mabillon. Nel fondo il grande altare dedicato alla santa della città s.Agata non solo ma insieme alla Madonna alla quale era il Conte particolarmente divoto come lo mostra la sua medaglia.

A destra eravi l’altare di s. Benedetto, a sinistra quello particolare di s. Agata. Dopo s. Benedetto seguiva l’altare, o cappella di s. Silvestro che poi ad istanza del nostro siciliano storico Fazello al principio del secolo XVI si dedicò al Crocifisso nel quale dalla raccolte elemosine si formò un’opera dalle cui annuali rendite si dotano sedici povere orfane.

E’ da osservarsi che sino a quel tempo non eravi nella cattedrale altare addetto al Crocefisso; anzi se si trascorrono tutte le visitazioni le cui memorie si conservano nell’archivio della chiesa si trova l’inventario sino delle cose le più picciole di ogni altare, ma non mai si parla di Crocifissi, e di più sino al secolo decimoquinto non si fa qualche rara menzione di immagini poste negli altari. Ciò ebbe probabilmente origine dall’essere la nostra chiesa egualmente che le altre di Sicilia propagine della chiesa Gallicana, e si sa che nelle aspre controversie suscitate nell’ottavo secolo circa al culto delle Immagini le chiese francesi non cisì facilmente si unirono ai voleri dei padri del secondo concilio di Nicea.

Tutto lo spazio occupato dalle braccia della croce formava il coro; esso era diviso dal resto della chiesa da cancelli di ferro. Racconta il monaco Blandini che nel 1178 alcuni fedeli dimandarono al vescovo di poter pernottare sotto l’altare di s.Agata per ottenere una grazia per la loro figlia; il Prelato per timore di furto delle ricche suppellettili di cui per la vicina festa era adorno l’altare non lo permise, ma concesse di restare fuori il coro al piede dell’altare di s. Pietro. dagli atti delle visitazioni soprattutto del secolo XVI sappiamo che il coro era ancora sparso di molte Are de requiem fondatevi da diversi padroni.

Nelle tre navate non vi furono per molto tempo altari peculiari; vi si vedeano soltanto tumultuariamente posti in immenso numero altarini al cui piede eravi il sepolcro della famiglia assegnato avea l’arnese, e la spesa per la messa da celebrarvisi. Tali altarini erano appoggiati alle colonne granitiche, ed in ogni parte toglievano non solo qualunque ornamento alla chiesa, ma erano d’incomodo alla gente, sebbene di molto profitto ai monaci ai quali faceano per pubblici contratti le donazioni, e le assegnazioni. Resta ancora il contratto tra essi, e la nobile famiglia Gravina per l’Ara de requiem che elevò nella parte destra del Coro nel 1420.

Percorrendo gli atti delle visitazioni si riconosce che essi furono tolti tutti verso il principio del secolo decimosettimo nel quale di tali altari non si fa menzione alcuna, e probabilmente furono abbattuti dal vescovo Massimo il quale come dice il suo contemporaneo Grossi nel 1628 tolse via tutto ciò che imbarazzava la chiesa per far comparire la cappella di s. Agata che volea fare a grandi spese se il Governo lo avesse lasciato fare.

Molte altre innovazioni si erano fatte nell’interno, ma se ne fece una generale nel rifabbricarla dopo il 1693.Riggio che la rifece con istupore di tutti in due anni cambiò quasi tutto. Le colonne furono tolte via, e la grande navata venne sostenuta da doppj pilastri sui quali si eleva la lunga volta.

Galletti dopo aver abbellito l’interno cominciò il prospetto nel quale dopo la sua morte, ma a sue spese furono messe sei delle grosse colonne granitiche che Riggio tolto avea dall’interno, e molte delle picciole, in alto avendo il prospetto più ordini sebbene l’interno non ne abbia che uno.

Ventimiglia vi aggiunse le statue di marmo. Galletti non volle più l’antica porta, e ve ne pose una nuova facendo il prospetto nel 1734; fu essa posta alla entrata della Loggia, ma anche ne venne tolta allorchè si migliorò quell’edificio nel 1750, e fu data alla chiesa delle ss. Carceri.

Secondo lo stile dell’architettura gotica era in vero picciola relativamente alla grandezza dell’edificio, e molto magra. E’ larga 9 piedi, alta venti. tutta di marmo ha essa nei pezzi che formano il davanti, e che hanno un piede di larghezza ornati intagliati. A scena le fanno corteggio colonne di marmo tre da una parte, e tre dall’altra di mezzo piede di diametro, e di nove di altezza, e che sostengono una volta anch’essa a scena, e che copre la porta; esse pajono bastoni. Ornati scarnati, piccioli, e corti di ogni genere, e merletti per ogni dove. Vi sono due figure corte a facce, e teste strangrandi, e vi si veggono leoni, simie, ed altri animali che rammentono l’indole africana della saracina architettura modificata in Italia sopra i grandiosi monumenti romani. Lacurvatura dell’arco di questa porta è dilatata del semicircolo alquanto più, mentre le porte e finestre della chiesa dell ss. Carceri dove oggi si vede.

La cattedrale avea due porte nel muro a settentrione. Non se ne vede ora che una di marmo eretta nel 1578 che al di sopra per lungo ha un graziosissimo rabesco a più di mezzo rilievo, immaginato con molta eleganza, e con assai di spirito eseguito. Sembra opra del Gagini. Altri rabeschi si veggono nelle basi delle colonne che sono ai lati della porta; mostrano Tritoni ed altrimostri marini che scherzono sopra le onde. Pezzi degli stessi rabeschi si veggono nei quadri. Un Tritone che suona una conca pare che voglia calmare i flutti, e far cessare la tempesta.

L’odeo, o la testa della croce è in alto pinta a fresco opera di Corradino pittore romano fatta fare dal vescovo Massimo nel 1628 come dice la enormissima iscrizione. Intorno al grande altare i sedili del coro scolpiti in legno, e nei quali si rappresentano la vita, e il martirio di s. Agata furono fatti eseguire dal vescovo Corrionero nel 1592 e poi finiti, e perfezionati dal successore Rebiba.

Al di sopra di essi dall’una parte, e dall’altra si veggono i Reali sepolcri posti alti nel 1596 dopo che il basso era stato occupato dai sedili del Coro. Furono costruiti di fabbrica, e dallo stesso Corradino per ordine di Massimo furono dipinti all’intorno, ed ornati, e vi vennero poste le iscrizioni che vi si leggono: Fredericus II Rex. Joannes ejus filius. Lkudovicus Fredereici III frater, et Heres. Maria ejusdem Frederici conjux. Fredericus quoque infans. Martini Primi, et Mariae Reginae filius. Hoc uno conduntur tumulo. Constantia Petri III Regis Aragonum filia, ac Frederici III Uxor Catanae obiit anno salutis 1363.

Nella cappella di s. Agata sull’altare si osserva di bel marmo bianco una machina che contine in rilievo s. Agata, che viene coronata dai santi Pietro, e Paolo. Sono dorate bene eseguite, ma mozze,e gotiche; sono sullo stile del secolo XIII. Sopra s. Agata lo scudo della armi aragonesi; sopra le teste degli apostoli due elefanti rossi, e sopra essi A. Vi è il sepolcro del vescovo Astalli, e di D. Ferdinando Acugna vicerè, e del vescovo Riggio. In un lato nella scala dentro al muro che da questa cappella si passa al coro vi sono chiuse le reliquie di s. Agata.

Nel muro vi sono pinte le immagini di Gilberto, e Golesino che le riportarono da Costantinopoli. La pittura è del 1406.

L’anno 1336 fra Angelo Piscato monaco, e sagrista della cattedrale notte tempo aperta la cassa delle reliquie che era nella sagrestia vecchia, e dentro la quale conservavansi anche i privilegj della chiesa tolse il sigillo di ore pendente al privilegio di Errico VI. Scovertosi il furto, si scoprì pure il reo.

Dopo quasi 25 anni il vescovo Marziale temendo che le profane mani potessero estendersi ai sacri resti fece formare in Avignone le ben lavorate casse di argento, e racchiudendoveli furono posticolà, e date le chiavi alle più probe persone della città. Maria Avila moglie del vicerè Acugna ne adornò l’entrata con ben dorati marmi come lo dice la iscrizione.

Sulla porta evvi picciolo elefante anche in rosso, colore del martirio, e sopra esso la statua di s. Agata; sopra quelli dell’altare è la sola iniziale A. La stessa elevò nel 1494 il sepolcro al marito nella parte opposta chiudendovi le ceneri tanto da essa bagnate di lagrime.

Vi si vede la statua del vicerè in ginocchio che fa le sue preghiere a s. Agata, ed al corpo mistico di Cristo che in quel tempo secondo l’antico costume conservavasi sempre per gl’infermi nel luogo stesso dove restavano le reliquie dei martiri. In tutto il contorno delle braccia della croce vi sono i sepolcri dei vescovi che retto hanno la chiesa nella maggior parte disposti così nei due passati secoli. Quello della famiglia Gravina è nella cappella del SS. dove vedevasi il cielo sparso di quattro angioli in bronzo dorato in grandezza naturale fatto dipingere dal vescovo Secusio. E’ stato ora fatto nuovo come in quello di s. Agata.

I vescovi sonosi impegnati a fabbricare, e riordinare nella chiesa, e non a fare per essa acquisto di nobili quadri che ne sono il migliore ornamento. Abbiamo un quadro di s. Agata che pria del 1693 era nella cappella della Santa. Vi si legge Philippus Paladinus florentinus pingebat anno 1605. E’ a credersi che sia stato fatto per ordine del vescovo Ruiz che nel 1607 alzò a sue spese l’altare che esso adornava. Paladino lo dipinse può essere a Catania poiché era in quel tempo nel quale egli involatosi dall’Italia percorreva i diversi paesi della Sicilia.

Vi si osserva il suo corretto disegno, la eleganza del suo panneggiare, la grazia nelle espressioni, e nelle forme, e il bello insieme, malgrado i mezzi busti di alcune figure tagliate dalla cornice del quadro che era uso del tempo.

E’ rappresentato il momento nel quale lo sdegnato tiranno ordinato ha il barbaro taglio delle mammelle incrudelendo sopra tutto ciò che acceso avea il furibondo. e vilipeso suo amore.

La giovane eroina con tutti i pregi di una beltà seducente si avanza coraggiosa al duro passo; la fermezza è pinta sul suo volto, la rassegnazione nel suo sguardo soave. Con le mani legate dietro sviluppa dalla sua veste portandolo avanti il suo picciolo piede; esso mentre è di una grazia incantevole mostra al vile carnefice il deciso coraggio con il quale ad incontrar va invitta i crudeli dolori che l’aspettano.

Di assai minor merito sono altri quadri; altri di nessun conto. S. Carlo Borromeo con la processione è del cav. Veneziani; ha un grande affetto; vi regna la nobile calma propria alla sacra funzione. Un sagrista con torcia accesa in mano è assai bello, e un altro che guarda con ammirazione. Quello della Madonna con il bambino in braccio e s. Giovanni, e s. Giuseppe è dell’abbadessa catanese bravo discepolo del ca. Pomaranci. Quello di s. Pietro che consacra s. Berillo, e lo destina a fondar la nuova chiesa a Catania è di Francesco Zuppa messinese. Tinte bene accordate, colorito dolce, e nobile. La testa di s. Pietro è quanto di più bello far sapea nelle teste lo Spagnoletto; ricca di maestà, e di sacro splendore, ed ha un’aria celeste. S. Berillo è pieno di umiltà, e di santo zelo.

La porta di marmo della cappella del Crocifisso ha in bassorilievo scolpiti i misteri tutti della passione e nell’altro sul mezzo evvi la deposizione della croce. Molto spirito nella composizione, ed eleganza nella esecuzione vi si vede lo stile del Gagini. Nel quadro dei pilastri si veggono Tritoni ed altri mostri intrecciati in rami; Alcuni suonano lunghe conche. Nella parte opposta la porta della Candelora rappresenta i fatti della madonna. Nei quadri gli stessi tritoni onde pare una imitazione dell’altro rabesco. In tutto, il lavoro ha molto spirito ma il disegno è scorretto, le testo sono estremamente grosse, sovente grottesche. Nell’alto evvi la cornazione della Madonna.

Nle 1657 il fuoco prese nella sagrestia e fu ridotto in cenere quanto eravi di sacro, e di prezioso; oggi nella grossezza del suo muro vi è l’archivio della chiesa, e del Capitolo.

Nulla resta della libreria dei monaci, e dei mss. codici che vi erano; il tempo, e l’incuria hanno fatto utto sparire. Fu tratto da questo archivio l’antico penitenziale di cui parla Lorino (de scr. Poenit) che conservavasi nella biblioteca del cardinale di Este.

Dopo il concilio di Trento nel 1563 il papa Pio IV mandò il messinese Anton Francesco perché comprasse, o almeno copiasse tutti que mss. ecclesiastici che si trovavano nelle cattedrali, e nei conventi della Sicilia.

Può essere che sparirono allora i nostri. Vi si conserva un solo antico lezionario. Vi restano però tutti gli originali privilegi, e gli atti i più interessanti che riguardano la chiesa, e il vescovado; il tutto in pergamena di larghezza di più, o meno di un piede in varj pezzi, ed involtati. Fra essi il privilegio del Conte Ruggeri nel quale dichiara i beni assegnati al vescovo; un altro del medesimo che contiene la donazione fatta per il vescovado.

Un privilegio di Ruggeri Secondo della concessione che fa al vescovo delle terre di Lentini, e di Mascali. Il privilegio di conferma di tutti i privilegi della chiesa, e del vescovado fatto da Errico VI privo del suggello tolto già come dissi nel 1336 dal monaco sagrista; ma vi sono annessi i documenti che attestano la esistenza di quel suggello di oro pendente prima del furto, ed il furto successo.

Una prova autentica della usurpazione che fatto avevano l’imperatore Federico, ed i suoi figli Corrado, e Manfredi della giurisdizione criminale che avea il vescovo di Catania, in Aci, alla Motta, e a Mascali; essa fu fatta avanti il Legato Apostolico vescovo Albanese, e vi si legge la di lui sentenza a favore del vescovo contro il re Carlo. Ha la data dell’anno 1267 e vi è annesso l’ordine di quel re perché gli si restituisca. Vi si conservano molti altri privilegi, molte bolle papali, concessioni, elezioni, ed altro simile. Evvi una scrittura ma senza data nella quale tutti i beni del vescovado si affittano ventiseimila tarì per una anno. In altri involti in pergamena si vede un privilegio in lingua araba, e in greco con il titolo Plana nova Cathaniae, e nell’altra parte Cartha Villanorum s. Agathae. Vengono in essa descritte tutte le famiglie dei saracini di Catania che il Conte Ruggeri dà al vescovo Angerio chiamandoli schiavi, e villani; è il solo titolo in latino.

Un altro pure in arabo con intermedie linee in greco ed iltitolo al di sopra posto dopo Cartha Villanorum Jacii, e sono i saracini dati dal conte per sudditi al vescovo. Un altro pure in arabo, e con poche linee intermediate in greco e titolato Privilegium s. Anastasiae, o Cartha Villanorum s. Anastasiae che è allo stesso oggetto. Un altro in lingua greca è la donazione di Tancredi nipote del Conte Ruggeri delle terre a Flumine magno usque ad flumen, et condinia Leontini, et maris ab eodem flumine magno usque ad ripas fluminis Leontini; esso è in un foglio di pergamena lungo tre piedi. Legate in due libri sono tutte le bolle originali per la secolarizzazione della Chiesa, ed il legato del vicerè Acugna. Vi sono milti mazzi di bolle, di privilegi, e di altri antichi monumenti.

La moderna sacrestia è assai ricca di preziosa suppellettile data da diversi vescovi. Marziale fece il bello bacolo in argento, in oro, e in altre materie di prezzo, ed ottenne lettere dal Papa che non potesse alinearsi. Galletti fece moltissimo in seta, e in drappi che ben conservasi tuttora. Nel muro si vede dipinta a fresco la scena orribile del fuoco dell’Etna del 1669 che il vescovo Bonadies fece fare al pittore catanese Mignemi. E’ senza disegno, e senza prospettiva ma assai interessante per la verità dei fatti. La città incendiata, gli abitanti che fuggono, l’infermo venuto a pimbare sopra leloro case formano uno spettacolo triste, e singolare.

Cessati i monaci nel secolo decimosensto, la chiesa è stata servita da cinque dignità, da dodici canonici, da menzionarj, da beneficiali, da un maestro cappellano, e da altri ministri che come un tempo dall’abate vescovo sono di libera elezioni del vescovo del tempo.

I vescovi pensarono sempre alle riparazioni della chiesa. Marziale riparò il peristilio, il monastero, e il campanile chiedendo anche ajuto alla città. Fu allora che ebbe origine l’Opera grande che indi accrebbe molto Simone del pozzo. Consiste nell’applicare ai bisogni della chiesa la quarta parte dei legati dei defunti. Il vescovo Moncada ha fatto la galleria in marmo del cimiterio.

Collegiata. Fu da principio picciola chiesa della Madonna della elemosina. Presa in istima dai re aragonesi che fecero lunga dimora nella città divenne Regia Cappella, e finalmente Eugenio IV le eresse in Collegiata che fu indi confermata dal suo successore Niccolò V nel 1448 volendo ciò il re Alfonso. I canonici si eliggno tra loto.

Chierici regolari minoriti. Furono istituiti dal vescovo Massimo nel 1626 ed ebbero la chiesa parrochiale di s. Michele. Dopo 4 anni il nobile catanese Giobattista Paternò diede loro tutti i suoi beni, ed indi i suoi Flavia Anzalone. Nel 1693 cadde la chiesa che cominciato avevano, ed il convento. Fanno oggi mostra del comodo convento, e di una chiesa magnifica. Hanno un’altra casa sotto il titolo della Concezione eretta nel fine del secolo decimosettimo dal loro religioso Bartolomeo Asmundo sopra le rovine di antiche Terme che avrà dovuto più rovinare, e preso una vetusta cona dei ss. Alfio, Filadelfio, e Cirino, e del vescovo s. Cataldo.

S. Martino. Dove è ora questa chiesa vi fu quella di s. Catarina consacrata dal vescovo Maurizio nel 1126 come lo mostrava la iscrizione rapportata dal Grossi. Nel 1617 vi si istituì la compagnia dei Bianchi formata dai soli nobili. Posa sopra rovine di altre Terme antiche, e di altri antichi edificj.

S.Agata la Fornace. Dopo il 1693 fu dal vescovo Riggio eretta sopra la fornace dove credesi essere posta la santa martire. Vi unì la parrocchia di s. Biagio.

Ss. Carceri. Eretta sopra il carcere nel quale spirò la Santa fu un tempo annessa all’antica cattedrale. La finestra antica del carcere è nella parte interna. Quella che si vede fuori con la iscrizione sotto è dell’epoca delle mura della città ivi fatte nel 1556. Ha la porta antica della cattedrale, e sul grande altare evvi un quadro prezioso per la conservazione, e per la bellezza. E’ sopra tavola, e nel piede in picciolo quadrato si legge Bernardinus Niger grecus faciebat 1388; rappresenta s. Agata nel suo martirio. Vi si ammira tutta la bellezza dello stile, e la vivacità del colorito che i greci di quel secolo passando nelle diverse parti d’Italia vi condussero; lucida aurora del risorgimento dellapittura nella terra favorevole al gusto delle belle arti,e sotto il cielo non meno felice per essere che quello della Grecia.- >>

"Questo brano e' tratto dal libro "Storia di Catania" prodotto da "Dafni". Non e' intenzione dell'autore violare i diritti di copyright. Se l'autore del libro volesse cancellare la pubblicazione e' pregato di inviare una e-mail e l'articolo sarà tolto entro 48 ore"


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