A mastra
Quando non esisteva ancora le scuole materne, le mamme che doveva andare a lavorare fuori di casa o che semplicemente volevano fare le faccende con più tranquillità, portavano i loro figli, che non erano in età scolare, dalla mastra, una donna che per qualche soldo li teneva in casa propria e li accudiva dalle otto di mattina alle quattro del pomeriggio.
La donna aveva anche il compito di insegnare ai bambini più grandicelli i primi elementi della scrittura, come le aste, le vocali e le consonanti, e della lettura.
Una delle tante donne che esercita a Catania la professione di mastra abitava in un quartiere chiamato u locu posto tra le attuali vie Scaldara, Viadotto e Bonfiglio, a ridosso della stazione Acquicella.
Nella zona, una volta, non erano state costruite molte case e gran parte del territorio era allo stato naturale: vi erano soltanto alcuni alberi e dei filari di piante di fichidindia; un enorme fossato, profondo quasi sei metri, era la caratteristica principale del quartiere; in esso ristagnava l'acqua piovana e spesso veniva usato come discarica dei rifiuti dalla gente che abitava nei dintorni.
Poco distante da questo logo sorgeva uno stabilimento dove si raffinava e si confezionava la liquirizia; a volte si potevano vedere, proprio nel bordo del fossato, delle donne che sbucciavano le radici della liquirizia e che le tagliuzzavano in piccoli pezzi, per poi sistemarle sopra dei sacchi e farle asciugare al sole. Nella casa della mastra c'era un'ampia stanza, con il pavimento di cotto di terracotta e con le pareti bianche, dove di solito stavano i bambini; questa stanza dava su un cortile interno dove erano sistemati gli impianti igienici: u cantru
(vaso da notte), a pila (vasca in muratura usata per lavare i panni) con la bbàsula (piano scanalato dove veniva strofinati i panni), a ggiarra cc'aceddu (grande giara in argilla alla quale era stato attaccato un rubinetto di rame), nel cortile, al centro stava u pirituri (imboccatura della conduttura sotterranea di solito costituita da un tubo di terracotta) per lo scarico delle acque piovane e di quelle provenienti dalla ggiarra e dalla pila.Il fanciullo che andava dalla mastra portava l'occorrente per studiare: nella sua cartella
(a uzza), aveva la matita (u làpisi) e i quaderni per scrivere; in un cestino di vimini (u panareddu), aveva anche la sua merendina.La vivacità dei bambini è segno di intelligenza, si dice, ed anche questi bambini che vanno dalla mastra vengono spesso in contrasto tra loro. La mastra deve a questo punto dimostrare la sua abilità di educatrice e con una certa autorità invita i bambini al silenzio perché adesso si deve giocare a …………
Questo brano e' tratto da "Giocalant giochiamo con la tiritera" scritto da "Gaetano Calogero", stampato da "Tipolito Anfuso - Catania". Non e' mia intenzione violare i diritti di copyright. Se l'autore del libro volesse cancellare la pubblicazione e' pregato di inviare una e-mail e l'articolo sarà tolto entro 48 ore
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